Cambiano gli schemi

Per chi pensa di riproporre alleanze locali già viste in passato, diciamo così, per tradizione.

Attualmente IDV è in piena deflagrazione e si sta scindendo in un numero non precisato di liste, oltre ad avere posizioni difficilmente compatibili con un’alleanza classica di centrosinistra. Localmente non sempre è alleata col centrosinistra, sicuramente non lo è a livello nazionale.

Comunisti Italiani e Rifondazione, dopo essersi uniti nella Federazione della Sinistra, si stanno ri-riseparando, con posizioni più “massimaliste” dei primi e dialoganti dei secondi.

Qualche anno fa, SEL aveva federati dentro di sè anche i Verdi e il PSI, che ora invece seguono percorsi separati. Probabilmente tutti convergono verso il centrosinistra, ma si tratterà con tre soggetti separati.

Questo per dire che quello che nella testa di molti è uno schema immutabile, in realtà è mutato parecchio.

Scambi di posizione

Bene ha fatto Giorgio ad evidenziare un aspetto venuto fuori da un articolo online, ovvero una piccola grande norma per fortuna applicata e fatta rispettare nel PD: il limite a tre mandati.

Oltre ai nomi citati da Giorgio, “grazie” a questa norma c’è potuto essere un forte innovamento nelle liste e negli attori politici del centrosinistra. Non è stato indolore, perchè rinunciare ad avere le capacità e le competenze di persone come Marco Andracco, Gianni Sciolè o Nuccio de Bonis in Consiglio è stato un bel sacrificio.

Detto questo, credo che ne sia valsa la pena e non è esagerato dire che l’unica seria operazione di rinnovamento effettivo è stata svolta dal PD all’interno del centrosinistra, che invece in molti casi non ha saputo avere altrettanto coraggio. E dire che comunque per il meccanismo elettorale è più facile trovare spazi per gli esordienti che altrove: ad esempio a Imperia è bastato arrivare nei primi 7 di lista nel PD (cosa successa per molti esordienti), in altri partiti in cui è stato eletto un solo rappresentante è ovviamente molto più difficile per uno “novello” farsi spazio.

Ci sono cose che non riesco a spiegarmi: ad esempio perchè non si sia saputo evidenziare questa nostra capacità, di cui avremmo avuto probabilmente andare molto più orgogliosi e perchè viceversa buona parte della parte rimanente del centrosinistra “giochi” a rappresentare innovazione e modernità, mentre sarebbe molto più credibile per loro (a parer mio almeno) rappresentare la sinistra “tradizionale”.

Una tabella interessante

Come tutti i sondaggi e le analisi statistiche, va presa con le pinze. Ciò nonostante, questa tabella dell’Istituto Cattaneo su Parma è la più interessante di quelle che ho trovato fin’ora in rete.

Lo scopo del gioco è confrontare i flussi di voti tra le Regionali 2010 e le Comunali dell’altro giorno, considerando i voti per i candidati sindaco e non per lista.

Nel dettaglio, i candidati sindaco sono:

  • Ghiretti: civico
  • Pizzarotti: M5S
  • Roberti: civico + rifondazione
  • Ubaldi: UdC + civiche
  • Bernazzoli: PD + IDV + SEL + comunisti italiani + civiche

Nell’ultima parte a sinistra della tabella trovate invece i candidati Presidenti di Regione, ovvero:

  • Errani: centrosinistra
  • Bernini: centrodestra
  • Favia: M5S
  • Galletti: Udc

I dati più interessanti:

  • gli elettori IDV del 2010 sono andati in massa a votare, ma oltre metà ha scelto nel 2012 il candidato del M5S.
  • l’astensione ha colpito pesantemente i votanti nel 2010 sinistra radicale, di cui quasi un quarto non è più andato a votare (nonostante la presenza di diverse liste e candidati afferenti a quel mondo)
  • gli elettori PD 2010 sono stati i più “fedeli”, confermando per 4/5 il voto al centrosinistra
  • gli elettori UdC 2010 hanno disertato al 30 % le urne
  • gli elettori leghisti e del PdL sono quelli che hanno seguito di meno le indicazioni di partito (i loro candidati non sono nemmeno tra i primi 5 arrivati), rifugiandosi nelle liste civiche e centriste e per la Lega paradossalmente al 40 % quasi nel M5S e 15 % circa nel centrosinistra.

Ovviamente il caso di Parma è molto particolare, ma in buona sostanza mostrerebbe come il PD pur non eccellendo, in buona sostanza “tenga botta” abbastanza bene – molto meglio dei suoi competitor a sinistra – mentre il supposto decollo del Terzo Polo in realtà non ci sia (anzi!) e l’exploit di due anni fa di Lega e IDV venga assorbito dalle liste del M5S.

Non mi sbilancio a dire che da questa analisi parziale si possano dare risposte su tutt’Italia, tutt’altro, ma può essere un primo esempio di studio (credo!) serio sui flussi elettorali del post-Berlusconi e post-Bossi.

Da un certo livello in su

Ridicole, inutili e squallide le polemiche su “chi è salito sul carro del vincitore” da un certo livello in su, ovvero quelle che compaiono sui media nazionali. In diversi mesi di campagna referendaria, se si va a scavare si trovano ovunque collaborazioni strutturate e produttive tra movimenti referendari locali e sezioni e circoli dei partiti, addirittura dal momento di raccolta delle firme. Molto spesso i partiti sono stati abbastanza furbi da tenere un passo indietro e non dispiegare le bandiere attaccando la grancassa. Aggiungo che si percepiva chiaramente un’ostilità diffusa nei confronti in particolare del PD, mentre era molto più sfumata nei confronti di altri partiti (IdV, SeL, FdS), che sono stati però chiaramente corresponsabili di molte scelte tendenti a liberalizzare i servizi locali negli ultimi vent’anni.

Il PD nazionale e Bersani si si sono spesi in maniera compatta solo nelle ultime settimane, dopo una grande prova di democrazia interna venuta da alcuni che avevano visto lungo e da centinaia di circoli, che hanno spinto i vertici a schierarsi in maniera decisa e risolutiva (perchè, non nascondiamocelo, senza l’ultimo sprint avviato dal PD il quorum non si sarebbe raggiunto): l’atteggiamento corretto sarebbe stato “hanno vinto i referendum e ha perso il Governo Berlusconi, i comitati hanno fatto un grande lavoro, noi abbiamo dato una mano”.

Allo stesso modo i promotori dei referendum avrebbero dovuto riconoscere l’aiuto e l’appoggio disinteressato che è sempre venuto da quella cosa meravigliosa che è la base del PD che è partito anni or sono: a Sanremo ad esempio il percorso comune è cominciato anni or sono. Pertanto, prima di criticare (e a ragione) i vertici democratici, i leader referendari (nazionali, aggiungo in seguito ad osservazione) dovrebbero riconoscere, almeno ora, l’impegno profuso da dei compagni di strada più che bistrattati.

Primarie a ponente?

Si fanno strada ultimamente diverse discussioni, visto il risultato amministrativo, su come prepararsi ad affrontarlo anche qui a Ponente. Ovviamente le vittorie che hanno fatto più rumore sono state quelle di Milano, Napoli e Cagliari, ovvero tre casi in cui le primarie non hanno girato a favore dei candidati espressi dal PD. Ci si dimentica degli ottimi risultati di Torino, Bologna, Salerno, Novara e Trieste, ma questa può essere un’altra faccenda.

Premettendo che quando il candidato migliore ce l’ha un altro partito anche più piccolo è giusto che lo metta a disposizione della coalizione e che venga sostenuto lealmente da tutti, credo che queste siano state più eccezioni che altro: nei 35 capoluoghi in cui si è vinto quest’anno, 28 (ovvero l’ottanta per cento) avevano un candidato del PD (il rimanente sono 2 “civici”, 3 di SEl, 1 dell’UDC e 1 dell’IDV). Entrando poi nel merito, a Napoli la situazione era talmente fuori da ogni logica che alla fine ha vinto un candidato che non si è voluto presentare al secondo turno di primarie, a Milano ha vinto le primarie contro un candidato del PD proveniente dalla cosiddetta società civile un bravo politico di lungo corso e a Cagliari si è imposto su altri candidati un giovane brillante, pacato e serio. Ne risulta quindi che nella realtà “normali” non è successo niente di nuovo: vince un candidato esperto, serio e rassicurante.

Ovviamente le primarie sono un ottimo sistema per scegliere il miglior candidato a quelle che sono chiamate cariche monocratiche. Ci devono essere comunque alcune condizioni chiare e irrinunciabili:

  • aver chiara e fissa coalizione e programma di massima
  • stabilire un regolamento condiviso per lo svolgimento senza intoppi
  • avere più di un candidato “vero” – le primarie tanto per farle meglio evitarle…
  • essere tutti d’accordo nell’utilizzo di questo sistema

SEL le ha già richieste per l’anno prossimo su Taggia e Ventimiglia. Personalmente sono d’accordo, alle condizioni citate qui sopra, a farle anche a Sanremo (quando sarà il momento). Preciso solo che non esistono coalizioni fisse e naturali a livello amministrativo: a Taggia ad esempio ora SEL e PD sono all’opposizione e IDV è in maggioranza, a Sanremo esistono esperienze civiche organizzate importanti, che non seguono indicazioni di segreterie nazionali.

E’ giusto riflettere su quello che succederà in futuro, ma personalmente andrei magari più a fare campagna per il referendum in questi giorni, cosa che PD e GD della west coast stanno facendo e bene su tutto il territorio provinciale, specie all’infuori del proprio classico entourage.

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