Quattro punti e un incognito

Non sono granchè soddisfatto di come sono stati spesi finora i soldi che i partiti hanno ottenuto tramite i rimborsi elettorali. Ci sono alcune cose però che devono essere chiare, e cioè che l’80 % del dibattito verte sul nulla o quasi.

Punto uno: il costo a cittadino è di pochi centesimi di euro l’anno e quindi non si risana il debito pubblico bloccandolo. Non si risolve la questione di principio, ma è bene saperlo.

Punto due: il vero problema fin ora è stata la scarsa trasparenza con cui sono stati gestiti questi fondi e penso che se si rendesse più pubblica la vita interna delle strutture organizzate, sarebbe molto meglio e probabilmente non ci sarebbero tutte queste polemiche. Ad esempio, penso che buona parte dei funzionari che lavorano nei partiti seguendo la politica estera o l’evoluzione dei dati economici possano essere molto utili e produttivi per chi poi politica la fa nelle istituzioni. O magari si sarebbe bloccato per tempo chi se ne approfittava.

Punto tre: il problema maggiore è quello dell’uguaglianza materiale. Dato che le campagne elettorali costano – si può essere molto morigerati, ma a zero non ci si arriva – ci sarà chi non ha problemi di suo a recuperare fondi, ci sarà chi ha un’apposita srl che si autopaga e ci sarà chi è già bello tosto e ha già una carriera alle spalle e tanti amici ricchi e potenti a cui costa poco sganciare qualche decina di migliaia di euro per la sua fondazione ad personam. Ho l’idea che se invece per caso magari sei un bravissimo consigliere di opposizione che lotta contro “i poteri forti”, avrai qualche difficoltà in più a farti sentire.

Punto quattro: chi sbraita di più contro questi fondi – il M5S – continua a ribadire che ha rifiutato il finanziamento pubblico. Beh, non è proprio così: in realtà, con la legge in vigore i “grillini” non ne avevano proprio diritto. Un po’ come se io dicessi che ho rifiutato di uscire con Scarlett Johannsson. Già, cosa prevede la legge in vigore? Che per ottenere i rimborsi, si devono avere statuto, democrazia interna e bilancio pubblico e bisognerebbe attuare tutta una serie di obblighi minimi di garanzia, tipo rendere pubblici i contratti tra Grillo e Casaleggio, conoscere i proventi del blog – che è un organo di partito a tutti gli effetti – e magari avere un qualche revisore dei conti che controlli il realismo delle spese.

Organizzo concerti da vari anni e mi risulta difficile credere che anche solo i palchi, i service audio e luci, i permessi per il suolo pubblico, le transenne e quant’altro ha usato Grillo nelle varie decine di tappe dello Tsunami Tour siano sempre stati “aggratis”. Quindi, o la rendicontazione è incompleta per errore formale – ma allora mi fa pensare che se questi non sanno tenere i conti loro, figuriamoci quelli dell’Italia – oppure è stato scelto di citare meno spese e meno finanziatori. Ho la vaga impressione che ci possa essere qualche “big sponsor” rimasto incognito. Mi farebbe piacere sapere il perchè.

Info alessandrolanteri
Un ottimista che si presta a fare politica per passione

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